domenica 22 settembre 2019

Egidio

Portami ancora
Per quel vecchio sentiero
A dare nomi ai sassi
E a scoprire la meraviglia
Oltre ai gialli fiori dell'estate

martedì 20 agosto 2019

AENTITY









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Hideo Kojima sulle influenze culturali nello sviluppo di videogiochi

La mia generazione deve molto al cinema. Tanto di ciò che abbiamo visto influenza inconsciamente ciò che facciamo oggi. Mi piace chiamarlo il nostro "DNA cinematografico". (ridacchia) Essendo cresciuto guardando i film non importa cosa io faccia, perché quel DNA mi influenzerà e darà alle mie opere una forma 'cinematica', così come l'arte di coloro che sono cresciuti nella 'generazione manga' mostrerà sempre tracce di manga. Una delle cose che mi fa più paura di oggi è che i giovani autori di videogiochi sono cresciuti soltanto con i videogiochi e non so se abbiano avuto il tempo e il modo di assorbire l'influsso delle altre arti e degli altri media. 

 Nel mio caso quando creo non miro consciamente a ottenere qualcosa di cinematografico, ma è più il risultato di essere cresciuto con il cinema che fa somigliare tutto a un film. È ciò che ho assorbito nell'inconscio: il senso di ciò che è 'cool', delle belle inquadrature, dello stile fotografico... tutto mi influenza in un modo o in un altro. Una singola opera è il frutto di molti legami inconsci. 

da Yasumi Matsuno x Hideo Kojima - 1999 GSLA interview archive

giovedì 20 giugno 2019

Eat the Rich (Black Friday Simulator)


Eat the Rich (Black Friday Simulator) di Evan Greenwood e Luc Wolthers si presenta da subito come una metafora viva del capitalismo moderno, essenziale nel modo in cui sviluppa il suo tema di fondo, ma non per questo meno efficace nel rappresentarlo. Sviluppato per la Pirate Jam 2019, con il titolo derivato da un aforisma di Jean-Jacques Rousseau, mette alla guida di una massa di consumatori nudi e deformi che devono assaltare come zombi un super mercato di Bezos (il patron di Amazon) durante il Black Friday, afferrando tutti gli oggetti che contiene, anche a costo di sfondare pareti e abbattere scaffali per ottenerli, per poi trascinarli alle casse e acquistarli in sconto.

Eat the Rich è diviso in livelli, con una progressione simil GDR che si sviluppa intorno alla concettualizzazione ludica del consumo compulsivo: più si acquista durante il Black Friday, più si ha un risparmio apparente, ma più cresce il debito collettivo dei nostri omini, inconsapevoli e mai soddisfatti.

Risparmiare serve anche per magnificare la messa in scena di quello che è a tutti gli effetti un rito pagano, la cui chiesa è rappresentata dal super mercato stesso. Si spende essenzialmente per far crescere d’intensità l’evento attirando più consumatori e dandogli delle capacità supplementari che ne favoriscono l’attività.

Presto si finisce per controllare una vera folla, la cui voracità e distruttività è uno spettacolo quasi sublime, grazie anche a un uso della simulazione della fisica semplice quanto adatto a rendere il ‘peso’ degli oggetti trascinati e della marmaglia dai piccoli occhi che combatte per un taglia-erba piuttosto che per un televisore. Il sistema di controllo, volutamente impreciso e un po’ goffo, fa il resto, trasformando l’atto di stesso dell’acquisto in un evento distruttivo e senza senso.




lunedì 29 aprile 2019

The Age of Heroes, la recensione

The Age of Heroes è un gioco nostalgico fino al midollo. Lo è per la piattaforma su cui gira, il Commodore 64, seguita ormai solo da un pubblico di ultra appassionati. Lo è per il soggetto rappresentato: le avventure di una coppia di barbari in lotta contro un malvagio stregone. Lo è per l’ispirazione nemmeno troppo velata a Rastan Saga, coin op di Taito del 1987, e per quell’odore intenso e acidulo di film con barbari anni ‘80, che trasuda da ogni pixel. Lo è nel suo essere una notevole impresa tecnica, con gli sviluppatori che sono riusciti a infilare l’intero gioco in un solo caricamento, senza sacrificare dettagli grafici e contenuti.

Sviluppatori come Achim Volkers, Trevor 'Smila' Storey e Saul Cross cercano da tempo di creare qualcosa che ricordi quell’umanità delle origini ormai andata perduta nell’industria tradizionale. Per questo da anni propongono progetti piccoli e pieni di quella cultura anarchica, derivata in gran parte dal punk, che fondò molte delle opere più significative degli anni ottanta, anche in ambito videoludico.
The Age of Heroes è un platform action in cui bisogna superare una serie di livelli pieni di nemici e boss. L’obiettivo è raggiungere un potente stregone protetto da dei portali, che possono essere aperti solo con delle grosse gemme colorate. Lo sprite del protagonista richiama con forza l’iconografia del barbaro videoludico, che a sua volta nacque da alcune pose di Schwarzenegger nei due film di Conan. Nemici e livelli non sono da meno, tra occhi volanti, serpentelli striscianti, spettri immortali e terribili stregoni da affrontare in templi dimenticati, radure maledette, deserti mortali e via discorrendo. La struttura di gioco è linearissima, nonostante la presenza di una mappa che consente di esplorare nell’ordine che si vuole i livelli sbloccati.

In un certo senso The Age of Heroes è un titolo polemico, quasi politico nel suo disinteresse per le attuali tendenze di mercato. Probabilmente è la sua esistenza stessa a voler dimostrare qualcosa e a farsi bandiera di un malessere sempre più diffuso tra chi ha vissuto i videogiochi dalle origini del medium, che sta producendo una cesura insanabile con il medium stesso.

Probabilmente non è il videogioco per C64 più compiuto tra quelli usciti negli ultimi anni, e anche come sfida tecnica ci sono titoli che lo battono, come il Super Mario Bros. di ZeroPaige, ma è comunque un'opera notevole nella sua innocenza tematica e nel suo ricercare quasi ossessivamente la celebrazione del suo soggetto principale, che non è un'avventura con barbari, ma la ricerca dell'essenza stessa del videogioco e del videogiocare.


Voto 7/10

mercoledì 10 aprile 2019

The Elder Scrolls: Blades, la recensione

The Elder Scrolls: Blades è un gioco strano, nel senso che avviandolo speravo che somigliasse a un Elder Scrolls regolare, ma a conti fatti è solo l’ennesimo free-to-play dalle meccaniche serve del suo sistema di monetizzazione.

Sostanzialmente interpretiamo un eroe solitario che devo ricostruire un’intera città. Per farlo dobbiamo accumulare risorse svolgendo una miriade di stupide missioni (raccogli un certo numero di sali, uccidi un certo numero di nemici… questa robaccia qua), tutte molto simili tra loro, che oltretutto si svolgono su mappe lineari e con pochissimi elementi interattivi. Il gameplay delle missioni è così guidato e insignificante che se si perde tempo a esplorare per pochi secondi, appare subito il navigatore satellitare (letteralmente) a dirci dove bisogna andare. Del resto in giro per i livelli non c'è niente da trovare, tranne qualche raro segreto, quindi presto si finisce per non deviare più dalla strada maestra.

The Elder Scrolls: Blades è un gioco in cui non si fa nulla, a parte andare in giro a picchiare nemici in combattimenti monocorde, decisi più dall'equipaggiamento posseduto che dall'abilità del giocatore, quest’ultima mai davvero contemplata dal design. L’equipaggiamento si ottiene con le solite casse premio casuali che per essere aperte richiedono l'attesa di un certo tempo (anche molte ore per quelle di maggior valore) o con la spesa di gemme acquistabili con soldi veri. Su queste ultime ovviamente si concentra l’intero sistema economico del gioco, visto che le gemme permettono di abbreviare i tempi di attesa di ogni operazione, dalla già citata apertura delle casse, alla costruzione degli edifici, alla rifinitura dell’equipaggiamento e così via.

Anche la città di suo non offre particolari elementi di interesse. Ricostruirla non ha un vero e proprio scopo visto che non c’è una simulazione economica ad accompagnarne la crescita. Ci sono alcuni edifici utili, vero, ma sono poca cosa e sinceramente la necessità di costruirli non aggiunge proprio nulla a ciò che rappresentano.

In realtà sono stato impreciso, perché una simulazione economica c’è, ma è data dal progressivo rallentamento dei lavori di ricostruzione che spinge a spendere soldi veri per salvarsi da tanto strazio. The Elder Scrolls: Blades è la solita roba mobile filosoficamente retta dall'invidia del pene, che dopo decine di ore di gioco ti lascia vuoto e senza memorie di ciò che hai fatto, perché il tutto si riduce a un ripetere come una scimmia le stesse operazioni, ma con i tempi sempre più dilatati. Vero è che il gioco è ancora in Accesso Anticipato, ma sinceramente fatico a capire come possa migliorare sostanzialmente, visto che i suoi problemi maggiori sono tutti strutturali.

Voto 3/10

giovedì 2 agosto 2018

We are alright, la recensione


"Lì dove Indie Game: The Movie metteva in scena delle storie di successo, abbracciando completamente una certa visione retorica che eroizza ed erotizza - seppur in modo discreto - il suo oggetto di analisi, denotando lo sviluppatore indipendente come il genio creativo che riesce a vincere il consenso delle masse grazie alle sue idee pur con fatica e sacrifici, We are alright si accontenta di rappresentare una realtà più terrena, fatta dell'ansia per l'attesa del momento culminante degli sforzi di due anni e mezzo di lavoro (il lancio); di serate al bar a bere birra con gli amici e di un nutrito elenco di cose da fare scritto con un pennarello su di un vetro che si fa involontariamente metafora della condizione degli sviluppatori indipendenti stessi, il cui tempo viene scandito dai cicli di sviluppo e per i quali, nei mesi di intenso lavoro, il mondo esterno finisce per essere sempre più distante e appannato."

Per la recensione completa, andate su Multiplayer.it