martedì 8 novembre 2011

Le parole del postribolo - Scomparire

Quante persone scomparse ci sono nelle nostre vite? Parlo principalmente di quelle che si sono affacciate per periodi più o meno brevi nelle nostre esistenze e poi ne sono uscite, senza fare più ritorno. A pensarci bene è difficile anche ricordare le ultime parole dette alla maggior parte di questi vecchi e presunti amici. Il punto di partenza del discorso, parte dello spirito dei tempi, è sempre quell’io da cui non riusciamo a liberarci e che legge il resto del mondo irrimediabilmente in sua funzione. Una persona scomparsa lo è per un determinato contesto e solo per alcune persone. Una bambina rapita in tenera età è scomparsa dalla vita dei parenti originali, non certo dalla realtà. Anche quando si diventa cadaveri non si scompare veramente, ma si diventa altro. Il problema vero della scomparsa di una persona è lo spazio che lascia nelle vite di chi la circondava, spazio che va ad impegnare in altre vite, con modalità differenti. La bambina rapita occupa un altro contesto e probabilmente non sa che i genitori la stanno cercando. Vive, cresce, ama chi la circonda e chi gli è stato insegnato ad amare ed esiste a prescindere dalla sofferenza di chi l’ha persa. Oppure soffre, ma di una sofferenza comunque inconsapevole dell’evento più importante della sua vita.

I social network come Facebook prendono persone reciprocamente scomparse e le fanno riapparire con inaudita violenza negli ignari flussi di vite che non hanno più niente da spartire e, anche solo per i pochi secondi di stupore dovuti al ritrovamento improvviso e inaspettato, a cui corrisponde sempre la riesumazione di un pezzo di memoria accantonata, riattualizzano rapporti considerati morti. Insomma, i social network trasformano la distanza indefinita tra due esseri in un discorso sull’appartenenza collettiva, che spesso porta a conoscere il destino di individui che altrimenti sarebbero rimasti degli echi di un momento ormai ignorabile della propria esistenza. Questo è il loro più grande delitto.

 Articolo apparso su Players #08

I colori dell'Autunno








domenica 23 ottobre 2011

lunedì 19 settembre 2011

Le parole del postribolo - Photoshop

Che cosa significa ritoccare una foto? Falsificarla? Adeguarla a dei canoni di bellezza determinati dalla società? L’essere umano adora l’artefatto. Non leggete questa frase nella sua accezione più banale, ovvero quella che tende a mettere a confronto il vero con il falso o, in casi più raffinati, il reale con l’immaginario. Adorare. Si adorano gli dei, si adora un’ossessione, si adora un amore, un politico, un amico, un oggetto tecnologico... Si adorano dei simboli, delle rappresentazioni che percepiamo come rassicuranti rispetto alle incognite del reale. Adorare è un atto psichico che presuppone un’adesione completa, un darsi acritico verso l’oggetto cui dedichiamo la nostra prostrazione. Quello che cerchiamo è l’oblio simbolico, una chiave di lettura del mondo che ci permetta di sopravvivere al mutare continuo e incomprensibile dell’esistente. Gli stessi malati di tecnologia non hanno fatto altro che attuare una sostituzione: Dio o chi per lui non riusciva più a dirgli nulla ed è stato rimpiazzato da un universo simbolico sicuramente più limitato a livello metafisico, ma enormemente più consolante nell’ottica dell’autoconservazione. L’uomo vede nella tecnologia un modo per lasciare una o più tracce di sé, qualcosa che gli sopravviva e che ne esprima la potenza al di là del vissuto.

In quest’ottica la foto ritoccata ricorda molto le agiografie dei santi, quelle in cui gli estensori s’impegnavano a togliere ogni traccia di umanità dal racconto della vita di quella che non doveva essere più una persona, ma una rappresentazione. Rappresentazione del potere esercitato sul corpo e sull’anima degli individui, da una religione che, in quanto tale, trasforma l’essere umano e lo celebra quando più si allontana dalla sua natura e accetta completamente il giogo dell’universo rituale e simbolico di arrivo. Le agiografie erano immagini modificate nell’illusione di poter conservare solo ciò che si considerava il meglio della persona, tristemente inchiodata sullo sfondo.

Articolo apparso su Players #07

Repertorio dei pazzi della città di Palermo

Follia sulla strada

Chi sono i pazzi? “Uno correva a torso nudo, anche d’inverno, in via Libertà. Si spogliava e si rivestiva continuamente, senza fermarsi mai.” “Uno faceva mostri e nani di tufo per spaventare ospiti e parenti.

I pazzi sono fastidiosi, ma non come una ragazzina annoiata che afferma di essere pazza per rimorchiare sui social network o per fare la figa in discoteca, in mezzo a tutti gli altri pazzi conformisti, o come un’artista che dice di essere pazzo perché sa che per essere artista agli occhi degli altri deve soprattutto indossare un vestito adatto.

I pazzi sono fastidiosi perché vivono il mondo dalla loro normalità. Mai si sognerebbero di chiamarsi pazzi. Il loro universo interiore è fatto di una coerenza diversa dalla nostra, spesso dissacrante. Per questo ci piace il pazzo controllato, ma odiamo o, più cinicamente, guardiamo con curiosità, ma teniamo a distanza, i pazzi veri.

Due erano nati nella città vecchia e vollero diventare giudici. Poi uno fu ucciso e l’altro gli sopravvisse solo cinquantasei giorni.

I pazzi non condividono che parte dei costumi dei luoghi dove vivono. Oppure li interpretano diversamente. Vivono in un delirio costante che, a volte, li porta a opporsi all’intero sistema. I pazzi vengono marginalizzati dal potere, spesso rappresentato suo malgrado dalla gente comune, oppure, nei casi più disperati, diventano oggetto d’odio e vengono allontanati, reclusi o eliminati. Magari con delle bombe.

Repertorio dei pazzi della città di Palermo ci racconta questo e molto di più, con una semplice carrellata di descrizioni brevi di pazzi realmente esistiti, quasi delle fotografie di cronaca che raccontano l’essenziale e racchiudono tanti mondi in poche parole, facendoli fluttuare in un tessuto urbano e sociale capace di assorbirli e di contestualizzarli come parte del paesaggio: “Una stava sempre su un balcone di via Agrigento. Aveva le guance rosse e, certe volte, un cappello sulla testa. Stava lì, ferma, e basta.

Titolo:Repertorio dei pazzi della città di Palermo
Autore: Eoberto Alajmo
Editore: Edizioni della Battaglia
Anno: 1993
Prezzo: N/D
Pagine: 20
Edizione: Italiana

Articolo apparso su Players #07

domenica 18 settembre 2011

L'attesa

Racconto minimo 038

Per anni aveva amato quello che ora giurava di odiare. Anni di asprezze e di un guardare al futuro con l'animo di chi sembra conoscere il perché degli astri. Non provava stupore o disgusto, ma solo pena per avergli creduto.

I papi e il sesso

Stupratori, omosessuali, feticisti, ruffiani

Leggere il libro di Eric Frattini, fondamentalmente un lungo elenco di vicende storiche legate alla vita sessuale dei papi cattolici dall’epoca di Lino, il successore di Pietro, fino a Benedetto XVI, può essere illuminante in più di un senso. Oltre alla curiosità morbosa che si prova nel vedere accostati i nomi di papi famosi e potentissimi a diverse perversioni sessuali, o anche semplicemente al sesso stesso, c’è di più in quello che è stato declassato semplicemente come un saggio provocatorio e superficiale.

Ovviamente, sono stati soprattutto gli ambienti ecclesiastici a criticare aspramente I papi e il sesso, concentrandosi sul fatto che non è giusto ridurre l’attività della chiesa nel corso dei secoli a una semplice collezione di attività sessuali depravate dei sommi pontefici. In fondo cosa dovrebbe importare all’uomo del nuovo millennio che nella storia ci siano stati dieci papi riconosciuti come incestuosi, un papa zoofilo (Benedetto IX), nove papi stupratori, ventidue papi omosessuali e così via?

La visione cattolica riveste ancora un ruolo determinante nelle coscienze occidentali. La libertà sessuale di molti non è altro che una reazione alla morale imposta dalla chiesa nei secoli passati, così come la concezione moderna della donna risente ancora fortemente dell’influenza della cultura cattolica, nonostante i passi in avanti, da cui non si riesce ad affrancare completamente. La chiesa rappresenta ancora un potere molto forte e non passa giorno senza che intervenga sulle questioni che riguardano la vita sessuale degli individui. Il libro di Frattini svela, per chi abbia la capacità di leggerlo di là dalla superficie e della necessità di sintesi, che la morale sessuale imposta al popolo storicamente non è stata altro che un modo di affermare il potere temporale della chiesa sulle genti, in risposta non certo a esigenze spirituali, ma a fatti molto più umani come i problemi di eredità del clero o a lotte riguardanti la successione al trono pontificio.

Titolo:I papi e il sesso
Autore: Eric Frattini
Editore: Ponte alle grazie
Anno: 2010
Prezzo: 16,50€
Pagine: 448
Edizione: Italiana

Articolo apparso su Players #07

martedì 16 agosto 2011

In concerto


Racconto minimo 037

La botola del castello serviva per smaltire gli esseri umani considerati di troppo. Peccati da cancellare, nemici da eliminare, servi da zittire. Ogni castello, in quanto simbolo della distanza dell'uomo dall'infinito, ha la sua botola. Se tendi l'orecchio, sentirai il rimbombare sordo di quei corpi privi di speranza che sbattono sulle pareti di quei pozzi oscuri e maledetti.

lunedì 8 agosto 2011

Racconto minimo 036

Scese sorridente dalla macchina, con quella bellezza sudata di chi ha camminato per ore sotto al sole. Adorava l'instabilità che si diffondeva da ogni sua parola.Come ogni giorno, la guardò solo passare, senza riuscire a pronunciare parola.

martedì 2 agosto 2011

Le parole del postribolo - Futuro

Tempo fa andai a vedere una mostra fotografica multimediale al Macro Testaccio di Roma, Futurspectives, nella quale alcuni artisti mostravano la loro visione del futuro. In realtà, di futuro ce n’era poco. Era più un presente contaminato dall’immaginario, trasformatosi in qualcosa di chiamabile, convenzionalmente, un domani possibile, ma che in realtà era semplicemente passato. Il futuro visto da un qualunque presente non è altro che la deformazione dell’oggi per ipotizzare un dopo che non sarà mai, anche se somiglierà al futuro reale, diventato presente. Ogni futuro immaginato è strutturato come una funzione di conservazione dell’esistente, del cui immaginario necessariamente si nutre. Asimov lo sapeva bene. La ricerca della visione del futuro ha sempre parlato per immagini stereotipate. L’uomo ha sempre sognato il futuro, ma se i sogni sono frammenti di vissuto che si affacciano nella coscienza, allora il futuro immaginato non è altro che un rigurgito del passato.

Il futuro degli anni 40-50-60 e così via, ovvero lo ieri del nostro oggi, è arrivato e non assomiglia affatto a quello ipotizzato, a parte per qualche dettaglio. 1984 di George Orwell disegnava un futuro in cui uno stato totalitario avrebbe controllato ogni azione e sentimento della sua popolazione. Il Grande Fratello è arrivato, esiste, ma è molto diverso da quello descritto da Orwell, evidentemente ispirato dall’ascesa dello stalinismo, ente indefinito e angoscioso, quasi divino nel suo essere un occhio immanente sulla vita degli individui. Il Grande Fratello moderno, l’unico reale, per quanto non vero, è l’esaudimento di un desiderio nemmeno troppo segreto delle società turbo capitaliste, la metafora della possibilità di esistere mediaticamente e, di conseguenza, di vivere nel mondo come immagine congelata e riconoscibile in perpetuo stato di esposizione. L’angoscia non è essere guardati, ma l’uscita dalla visione di quell’occhio collettivo. Ma lo stesso Grande Fratello televisivo non è già passato?

Articolo apparso su Players #06

giovedì 21 luglio 2011

Le icone dell'Italia di oggi - Salvatore Parolisi


Li disprezzate, li odiate, gli sputate addosso, li guardate come si guardano le cose più turpi, ma v'incuriosicono: amate vederli, ritrovarli tutti i giorni nel calore delle vostre case, vi piace sentirvi superiori e, in fondo, invidiate il fatto che stiano sempre in televisione.

Conoscete meglio le loro vite delle vostre.

Sono i personaggi degli omicidi italiani, non più umani, ma icone dell'Italia di oggi.

La città del silenzio

Racconto minimo 035

A cosa stava rinunciando? Non lo ricordava più. Il cinismo del tempo l'aveva trascinata con sé e ora la sua vita era fatta di letti disfatti e fughe mattutine da amanti che non riusciva a riconoscere a mente lucida. Quando la sua amica le chiedeva se era felice, non riusciva a risponderle subito, ma poi, tra i tragitti che la vita impone per comporre una qualsiasi quotidianità, le veniva in mente il sospetto di non ricordare molto di quella che fu, perché la felicità non le era mai appartenuta. Essere felice. Non aveva abbandonato uno stato di grazia, ma solo l'illusione che di poterne trasformare il sogno in realtà, illusione di cui vedeva nutrita gran parte delle persone che la circondavano. Quel pensiero, misero e distante, l'amareggiava ogni mattina, mentre sorseggiava il solito cappuccino.

mercoledì 20 luglio 2011

Fiori di montagna




Racconto minimo 034

Parlava con la sua vagina, la carezzava, ne pettinava i peli irti e di tanto in tanto, tempo e solitudine permettendo, la massaggiava.

Di notte, prima di addormentarsi, sorrideva sempre immaginandola con lei sotto le coperte. Aveva trovato un’amica inseparabile, una compagna di vita. Non aveva più bisogno di nessun altro.

lunedì 11 luglio 2011

Racconto minimo 033

Non seppi mai perché lo fece, se per virtù o per senso del dovere o per chissà quale altro motivo, ma gli tenne la mano fino alla fine.

Poteva fuggire. Poteva dire che era troppo per lei e che la morte richiede una preparazione che la giovinezza rifugge, ma non andò così. Eppure tutti avremmo capito, immersi come siamo nel nulla che celebriamo a ogni respiro.

Morirono insieme, lei con il di lui ultimo sussurro di vita negli occhi, vita che sputava a pezzi dentro al sangue che non voleva stargli più nel corpo.

Vorrei tanto raccontarvi una storia in cui la protagonista sceglie se stessa e scappa da un dolore che non è giusto debba affrontare alla sua età, ma non posso farlo perché questa è una storia diversa che non ammette menzogna.

Il culto dell'immagine

venerdì 8 luglio 2011

Le parole del postribolo - Desiderio

Se loro sono dei e ci dicono di seguire gli dei / che colpa ho io se seguo gli insegnamenti divini?” Cantava Archia nel Libro V dell’Antologia Palatina, raccolta di versi erotici di vari autori greci appartenenti a epoche differenti, riferendosi alla potenza del desiderio. Un detto di Shiva recita: “Al membro di riproduzione del maschio pende il cuore delle donne, e alla vulva quello dei maschi; nel segno della vulva e del pene si trova tutto intero il mondo vivente”.

Per alcuni la tecnologia è un surrogato del divino insito nell’atto sessuale, un sostituto necessario per compensare la perdita del sacro nel mondo dei sensi, che trova l’uomo abbandonato dagli dei sulla terra in preda ai suoi istinti. Scemata la voce del divino, l’immane silenzio si riempie di rumore e si diventa potenziali vittime di ogni suono suadente. Scrive Senofonte nei Memorabili: “Dimmi, Eutidemo, tu credi che la libertà sia un bene nobile e magnifico, si tratti di un privato o di uno stato? – è il più bello che si possa avere, rispose Autidemo. – Ma colui che si lascia dominare dai piaceri del corpo e, per ciò stesso, si trova nell’impossibilità di praticare il bene, lo ritieni tu un uomo libero? – Per nulla, rispose.”. Il corpo è una tela vuota che, anche quando viene riempita di apparente libertà, si ritrova senz’altro spazio per scapparle.

Ne La Fattoria degli Animali di George Orwell, i maiali riescono a prendere il controllo della rivoluzione contro gli umani, instaurando un regime che finisce per riprodurre esattamente gli stessi rapporti di potere di quello precedente. La trasformazione della nuova repubblica socialista degli animali in uno stato oppressivo avviene lentamente. Alla conclusione del ciclo, l’unica differenza rispetto al passato per gli oppressi è l’avere un nuovo sistema di simboli con cui confrontare tutti i giorni il loro stato atroce. Esiste una tecnologia che possa soddisfare definitivamente? Che plachi i desideri voraci che dominano la nostra epoca?

Articolo apparso su Players #05

giovedì 7 luglio 2011

Nemesi

Il nemico che non puoi battere

Nemesi racconta la storia di Bucky Cantor, animatore di un campo giochi della città di Newark in New Jersey, impegnato a combattere contro un’epidemia di poliomielite. È l’estate del 1944, gli Stati Uniti sono immersi nella Seconda Guerra Mondiale, dal fronte arrivano continuamente notizie di morte e lo spirito della cittadina esplode nel panico e nella paura. I più colpiti dal male sono proprio i bambini del quartiere di Bucky. L’uomo, ormai ventitrenne, proverà a mantenere la calma, ma si scoprirà impotente di fronte a un nemico contro cui non ha i mezzi per combattere.

Cantor è un uomo che affronta di petto i problemi e cerca sempre di fare la cosa giusta. È innamorato di una donna che stravede per lui. È stato accettato dalla famiglia di lei pur se di estrazione sociale più elevata. È un bravo ragazzo, nel senso più puro del termine, che si sente in colpa per non essere andato in guerra con i suoi amici a causa di un difetto della vista. Con il peggiorare della situazione in città, dovuta al velocissimo diffondersi dell’epidemia a causa del caldo asfissiante, la vita lo porrà di fronte alla scelta tra sé e gli altri che si rivelerà determinante.

Le vicende narrate nel libro hanno l’apparenza di una parabola, con l’eroe che cade nella colpa e viene punito severamente. La vita di Cantor diventa una tragedia dalla quale non può sfuggire, perché spesso il nemico è dentro di noi e la salvezza è solo un’illusione. Ma Roth è uno scrittore abile che non cerca di consolare il suo lettore e il finale, asciutto e folgorante, ribalta completamente il punto di vista alterando quella che doveva essere l’ovvia conclusione degli eventi. L’io narrante scopre le sue carte e diventa personaggio, prendendo a spallate il castello di tristezza che Cantor si è costruito per punirsi del male che pensa di aver causato. In un certo senso Roth gli strappa di dosso tutta la pietà che il lettore può provare per lui, privandolo anche dell’unica forma di redenzione che gli era rimasta.

Titolo:Nemesi
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Anno: 2010
Prezzo: 19,00€
Pagine: 186
Edizione: Italiana

Articolo apparso su Players #05

Scene dall'inferno

Dettagli della facciata del Duomo di Orvieto:

----------------------------------------------



Statua di legno

mercoledì 29 giugno 2011

Racconto minimo 032

Quanti echi tra quelle membra. Il suo corpo era una cattedrale in rovina. Stentava a ricordare di quando lo tendeva verso il mondo e gli faceva attraversare la storia con la convinzione di poterla trattenere con le mani.

Notturno

Seduti sul bordo del letto
parlammo di vita e di morte,
di amore e di sorte

la notte correva,
udivamo voci lontane,

l'apparizione di un sogno
l'estasi di un momento
e l'ardore fu spento

chi cadde nel sonno
e chi con gli occhi sbarrati

salutò il passare delle ore
e quelle vite piagate.