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domenica 30 gennaio 2011

Il libero amore

Ci pensi e non riesci a trovare il nodo per vincere il senso d'impotenza che ti attanaglia. Dov'è lo scarto tra il lecito e l'illecito? È possibile tornare a parlare di morale dopo anni nei quali qualsiasi comportamento individuale, anche il più estremo, ha trovato una sua legittimazione ideologica nella visione di una società atomizzata e liquida, per dirla alla Bauman, in cui l'uomo esiste solo per se stesso e non più in termini relazionali? Insomma, come facciamo a giudicare Berlusconi per quello su cui normalmente sorvoliamo con una risata compiaciuta?

Il corrispettivo delle orgette arcoriane è il libero amore di sinistra, così si dice per rattoppare la situazione e mettere tutti sullo stesso piano, dando anche una legittimazione culturale al quadro che si va delineando in queste settimane. Leggendo certe affermazione, avrei gradito una stampa accorta e preparata che avesse spiegato con forza cos’era il libero amore, a distanza di tutti questi anni dalla sua teorizzazione e parziale messa in pratica. Lo avrei gradito perché l'espressione in sé, privata del suo senso profondo e del contesto storico in cui nacque, non significa veramente nulla e può essere interpretata in molti modi differenti.

Per quello che ho letto, perché all'epoca non ero ancora nato e, come molti altri, ho vissuto solo di riflesso quegli anni, il libero amore faceva parte del tentativo di rivoluzionare antropologicamente il ruolo e la visione della donna nella società. Era il modo per liberare il corpo femminile dai vincoli dettati dalla società borghese/cattolica, sottraendolo dalla dicotomia prettamente economica di moglie o puttana. Nel libero amore la donna, e di conseguenza anche l'uomo, doveva recuperare la sua istintualità e unicità per essere finalmente libera dai legami che le venivano imposti da secoli. Nasceva la presa di coscienza del corpo della donna, visto oltre la sua funzione riproduttiva o di soddisfazione egoistica del maschio dominante.

Il libero amore mirava ad abbattere i simboli del potere maschile sul corpo delle donne, voleva che la sessualità diventasse un fatto di conoscenza e coscienza, togliendola dal giogo della morale (ma non dell'etica, badate bene) maschilista dominante. Per semplificare: una donna che non stava a casa a badare ai figli non doveva più essere considerata una prostituta. Una donna che amava fare sesso idem. Il nodo era l'economia dei corpi i quali, per liberarsi, dovevano uscire da una logica di domanda/offerta, senza però svilirsi in altro modo. Era una rivoluzione culturale quella che si voleva attuare, insomma, e il fine non era certo dare una base ideologica forte a ogni perversione celata nell’animo umano.

L’amore ai tempi di B., che sono i tempi del consumo compulsivo dei corpi, trasformati in prodotti da esporre continuamente nel mercato globale degli istinti, manifestazione massima di un capitalismo che ammette e invoglia alla commercializzazione e alla degradazione di qualunque valore, come suo atto costituente, è un’altra cosa.

Berlusconi replica la visione antica, primordiale, dell’eccesso di potere: è il maschio che, avvicinato il suo ego a quello di un dio, ha bisogno di creare dei riti con cui esprimere il suo senso di onnipotenza. Nelle orge di Arcore non c’è libero amore perché non c’è l’espressione di nessuna libertà individuale, ma solo la messa in rendiconto dei rapporti sessuali con ragazze disponibili che vogliono ottenere dei vantaggi economici. Il sesso ad Arcore è dominato dalla legge della domanda e dell’offerta, in cui la donna recita il ruolo dell’oggetto compiacente davanti al padrone, per poi disprezzarlo con livore nel privato. In questo il bunga bunga non va letto come un semplice gioco, ma come un vero e proprio rito in cui il grande sacerdote celebra se stesso e il suo mondo, sacralizzando la perdita di controllo sui suoi istinti.

Questa non è libertà, ma solo una necessità di rappresentarsi oltre il divino, nell’effimera ricerca di simboli che possano sancire il proprio stato di onnipotente. In fondo, verrebbe da concludere mestamente, che è solo l’ennesimo tentativo di un piccolo uomo di rimuovere l’incombenza della morte.