sabato 30 aprile 2011

Racconto minimo 025

Si coprì la testa come se piovesse, ma nessuno dei passanti riusciva a capire da cosa si stesse proteggendo.

venerdì 29 aprile 2011

Le parole del postribolo - stile

Se chiedessimo a qualcuno ben informato che cosa è lo stile, in riferimento a un autore, avremmo una risposta abbastanza netta, quasi da dizionario: i tratti peculiari della sua espressione artistica. Riconoscere lo stile di un autore significa riuscire a isolare questi tratti di fronte agli elementi di diversificazione che ogni opera contiene. Molti leggono le diverse opere partendo esclusivamente dallo stile, sottraendolo al resto come fosse una specie di tara d’artista, un accumulo di stereotipi che, come una zattera, impediscono al naufrago di essere risucchiato nelle profondità del mare. Stile è una parola di conservazione che evita di perdersi nell’indefinito, un lemma magico che introduce a un vago tutto per non dire niente. Se fosse ancora vivo, Claude Lévi-Strauss la chiamerebbe una parola mana, pensata per richiamare all’ordine e per mitizzare una rappresentazione ben radicata nella società contemporanea.

Stile è l’argomento indiscutibile che mette ogni opera sullo stesso piano. Spesso il lavoro dell’artista consiste nella semplice applicazione di uno stile a un soggetto già ampiamente digerito, in modo da fornirne una presunta rilettura personale e originale. Il piacere del fruitore non deriva dall’opera in sé, ma dalla sorpresa di vedere un soggetto/oggetto decontestualizzato e riprodotto in una forma che gli è, apparentemente, aliena. Sorpresa che dura il tempo di passare all’opera successiva, la quale tenterà lo stesso effetto attingendo da un altro capitolo del catalogo degli stili. In questo senso molti artisti contemporanei sono dei gattopardi disperati, dei cacciatori di effetti di trucco sempre più pesanti, applicati al cadavere in putrefazione del nonno, per cercare di farlo apparire giovanile e vitale a tutti quelli che lo degneranno del loro fugace guardare. Il critico di turno non dovrà porsi altro problema se non il riconoscimento dello stile (o degli stili) e lanciare la sua freccetta contro il bersaglio. Il resto lo farà il lettore, già ben nutrito della retorica che ogni stile consolidato, o in via di consolidamento presuppone.

Articolo apparso su Players #03

Insieme

giovedì 28 aprile 2011

L’anno di noi due. Un padre. Un figlio. Tre film a settimana.

Può il grande cinema sostituire la scuola?



Il titolo originale del libro di David Gilmour, che è solo un omonimo dell’attuale leader dei Pink Floyd, è The Film Club. Solitamente non sono uno di quelli che si scandalizza troppo per le pessime traduzioni dei titoli in italiano, pratica deprecabile quanto diffusa, ma in questo caso farò un’eccezione perché L’anno di noi due, oltre a spostare l’attenzione del lettore verso uno ‘strategismo sentimentale’ di maniera, fornisce anche un’informazione falsa: l’autore somministra forzosamente a suo figlio Jesse una serie di classici della cinematografia mondiale per tre anni, non per uno. Non è un dettaglio di poco conto nell’economia della narrazione. Viene da chiedersi chi sia l’editor che ha fatto passare un errore così marchiano, soprattutto perché parliamo di una grande casa editrice, la Rizzoli.

Archiviata la pratica titolo, parliamo del libro e del mito che mette in scena, ovvero la possibilità di una pedagogia alternativa a quella scolastica, incapace di motivare un giovane americano medio figlio di un critico cinematografico con il loft in bocca. Davanti alle difficoltà della prole con la scuola, David lascia che la abbandoni a patto che accetti di vedere dei film con lui sul divano di casa. Quella sarà la sua unica forma d’istruzione forzata per gli anni a venire. Tra una visione di Ultimo Tango a Parigi e una di Hong Kong Express, lo scrittore ci fa entrare nella sua vita fatta di dubbi sulla scelta effettuata e sulla consapevolezza dell’impossibilità di controllare il figlio adolescente, che piano piano gli scivola dalle mani ed è costretto ad affrontare i problemi legati alla sua età, con un piglio tragico esagerato.

L’immagine complessiva che si ottiene è quella di un padre arrendevole che quasi abbandona il figlio alla vita, rimanendo sullo sfondo di una persona costretta a plasmarsi da sola. In effetti, l’impressione finale è che il tentativo pedagogico abbia un peso relativo sul ragazzo, così come il padre più in generale che si limita a rimanere, adorante, sullo sfondo.

Titolo:L’anno di noi due. Un padre. Un figlio. Tre film a settimana
Autore: David Gilmour
Editore: Rizzoli
Anno: 2010
Prezzo: 17,00€
Pagine: 210
Edizione: Italiana

Articolo apparso su Players #03

Racconto minimo 024

Che domanda idiota - disse - è ovvio che ci tengo alla redenzione. E gli sparò.

Racconto minimo 023

Dopo anni di letture rivoluzionarie, di musica rivoluzionaria, di film rivoluzionari, di amori rivoluzionari e di una vita rivoluzionaria, perché sentiva che la situazione stava solo peggiorando? Cosa gli era stato venduto per tutto quel tempo?

mercoledì 20 aprile 2011

Via Appia Antica

Racconto minimo 022

Non ebbe il tempo di dire una parola che era già andata via. Non la rivide più. Fu l'ultimo pensiero della sua vita, un piccolo tarlo dell'esistenza che sul letto di morte divenne una certezza: non avrebbe mai saputo come sarebbe andata a finire.

sabato 16 aprile 2011

Il lettore

Verranno a chiederci del nostro amore

Racconto minimo 021

Disse: "Prova a toccarli, a renderli nervosi a mettere in discussione il piccolo blocco di cemento che si sono costruiti per rimanere in piedi e vedrai quelle facce trasformarsi. I sorrisi che regalano come polvere al cielo diverranno ghigni. Faranno di tutto per allontanarti o distruggerti" - rise di gusto prima di ingoiare un antibiotico - "Per tornare a dimenticare di aver avuto una coscienza."

domenica 10 aprile 2011

Racconto minimo 020

Ne raccontò di storie quella vita. Pendevano tutti dalle sue labbra. Non esitava mai. Riusciva a trasformare la più grande delle assurdità in una magica realtà. Chi lo udiva rimaneva incantato e per qualche minuto poteva nutrire la speranza di un futuro migliore. Quanti villaggi furono saccheggiati e incendiati dai suoi complici mentre lui ne distraeva gli abitanti? Fu sepolto in una tomba di marmo che svettava su tutte le altre.

Racconto minimo 019

Quel sogno si è trasformato in una realtà misera e bieca, fatta di abiti splendidi e confetti lanciati sul selciato. Tutti i dettagli sono al loro posto, proprio come li immaginavo, eppure dentro non riesco a sorriderne o a ritenermi soddisfatta. Cos'è che per tutto questo tempo ho desiderato? La vita non è un puzzle. Con il passare degli anni i pezzi si logorano, fluttuano nell'inconsistenza di ricordi sempre più vaghi, indefiniti, spesso costruiti per dargli un senso che ormai hanno perduto. Tra i sorrisi della festa non c'è più niente di quello che ero, solo una luce appassita che oggi muore per sempre.

sabato 9 aprile 2011

Racconto minimo 018

Il cane corse via ignorando i richiami del suo padrone. Con la lingua di fuori si gettò sotto a una fontana aperta e iniziò a rotolarsi, godendosi la frescura e fermandosi solo di tanto in tanto per bere.

Roma - paesaggio di Torpignattara

lunedì 4 aprile 2011

Racconto minimo 017

Piegata sui libri dimenticò per un attimo di averlo amato, poi bevve un sorso di cappuccino e la malinconia tornò a scorrergli nell'esistenza. Quando iniziò a sentire un lieve fremito tra le gambe, si alzò e chiamo una sua amica per sapere com'era andata dal parrucchiere.