mercoledì 29 giugno 2011

Racconto minimo 032

Quanti echi tra quelle membra. Il suo corpo era una cattedrale in rovina. Stentava a ricordare di quando lo tendeva verso il mondo e gli faceva attraversare la storia con la convinzione di poterla trattenere con le mani.

Notturno

Seduti sul bordo del letto
parlammo di vita e di morte,
di amore e di sorte

la notte correva,
udivamo voci lontane,

l'apparizione di un sogno
l'estasi di un momento
e l'ardore fu spento

chi cadde nel sonno
e chi con gli occhi sbarrati

salutò il passare delle ore
e quelle vite piagate.

sabato 25 giugno 2011

Racconto minimo 031

Il vento era cambiato. Respirò a pieni polmoni come se volesse catturare tutta l'aria nuova, ma una puzza tremenda di morte ritrovata lo costrinse a turarsi il naso. Si obbligò a respirare ancora, sperando che il puzzo fosse passato. Poi, compreso infine l'inganno, si chinò e pianse.

mercoledì 22 giugno 2011

Racconto minimo 030

Si rigirava nel letto di nuovo sveglio e più stanco degli attimi prima del sonno. C'era poco da salvare dei suoi pensieri, affogati in un lago di sudore e dolore.

martedì 21 giugno 2011

Moriz von Craûn

Lo stupro come volontà e rappresentazione

Il "Moriz von Craûn", poemetto di un anonimo del Basso Medioevo tedesco, s’ispira alle gesta del cavaliere e poeta Maurizio II di Craon. Il libro inizia con una lunga tirata sulle origini della cavalleria, di cui vengono illustrati i valori fondanti e l’evoluzione idealizzata, per poi virare sulla narrazione vera e propria, con il cavaliere Moriz che, invaghito di una contessa, se ne inventa di cotte e di crude per farla cedere alle sue avanches e ottenere il posto che merita nella sua vagina, pardon, nel suo letto.


Il problema è che alla fine, dopo aver architettato imprese immani come portare a spasso una nave sui campi e aver vinto un torneo mortale, la dama lo fa aspettare inutilmente e il buon Moriz ci rimane male. Molto male. Da bravo cavaliere ferito non si perde in grosse recriminazioni e parte all’azione: la cerca di notte nel suo castello e, dopo aver accidentalmente spaventato e fatto svenire il marito legittimo, il quale l’ha scambiato per il fantasma di un duellante morto durante il torneo, s’infila nel suo letto e la stupra senza tanti convenevoli, per poi andarsene infuriato verso la donna, rea di non avergli dato per tempo la ricompensa promessa (non si fa, suvvia).

La trovata narrativa meravigliosa, se mi è permesso usare questa parola in senso letterale, è che lo stupro viene letto dall’autore come la giusta punizione per la donna (i cari vecchi valori di una volta) e che alla fine è lei a pagare dazio, sia in senso fisico che in senso morale, per il rifiuto della scappatella e a sentirsi in colpa per la promessa prima e per non averla pagata in tempo poi.

Comunque, è possibile anche che il testo non sia serio e per alcuni studiosi potrebbe trattarsi di una parodia delle “usanze” dell’epoca, più che di un’esaltazione dei valori cavallereschi. Non bisogna neanche commettere l’errore di leggere un testo stagionato con l’ottica contemporanea, perché è ovvio che il sistema di valori evidente o sepolto in ogni opera umana dipenda dal contesto spazio temporale in cui è stata creata.

In fondo (fortunatamente) stiamo parlando di un poemetto medievale, non di un'opera moderna, ed è giusto leggerlo con l'occhio dello storico, non certo con quello di chi cerca punti di riferimento per la vita nella letteratura.


Titolo:Moriz von Craûn
Autore: Anonimo
Editore: Salerno
Anno: 1998
Prezzo: 7,00€
Pagine: 124
Edizione: Italiana

Racconto minimo 029

Negò. Negava perché aveva voce per farlo. Sentendo silenzio la voce prese forza e divenne potente. Le parole del ladro divennero la retorica della sua assoluzione, quasi una brezza di letizia per chi le ascoltava.

Il latrato

martedì 14 giugno 2011

Il disegnatore di alberi

“La mia è una natura botanica perfino nei dettagli”

Il disegnatore di alberi” di Roberto Amato l’ho incontrato per caso in una libreria di Lucca, mentre perlustravo gli scaffali alla ricerca di nulla, perdendo tempo prima di fare qualcosa di programmato, qualcosa che ora non ricordo. Confesso di aver peccato e di averlo acquistato per via della copertina e del titolo, che insieme riescono bene a comunicare quel senso d’intima poeticità dei delicatissimi versi in prosa stampati sulle pagine.

Il tema portante del libro è una storia d’amore, che funge da filo conduttore di un percorso poetico pregno di malinconia e di distacco, nato dai frammenti di una struggente lettera di Franz Kafka a Milen Jesenská, nella quale l’autore tedesco le esprime l’impossibilità del loro amore. Amato sembra riprendere quella missiva, intima e disperante, per svilupparla, trasformandola in un testo che oscilla tra la prosa e la poesia. Ciò che divide l’io parlante, identificabile con il poeta, dal suo amore è un baratro fatto di cose minuscole, quasi inconsistenti, ma che assumono un peso determinante nel non permettere l’avvicinarsi di corpi spesso vicini fisicamente, ma sempre lontani emotivamente:

Mi dirai che tra me e te
esiste un mondo che non si vede.
Un mondo di bambini e di scuole
e di fette di pane imburrato e di grandissimi
cappuccini.
Poi c’è una striscia di cielo e una strada che ci specchia
e che ti fa camminare.

Il testo scorre con rara delicatezza e l’autore non trascende mai verso territori che gli sono sconosciuti, rimanendo legato alla sua dimensione interiore per descrivere una sofferenza profonda e irrisolvibile. Il suo sguardo si perde nei sogni, che diventano una gabbia, ma anche l’unico modo per immaginare una vita insieme, per quanto assurda e poeticamente delirante:

Invece
sarebbe bello diventare qualcosa (anche di male).
Magari due che architettano un piano diabolico
ad esempio che pensano


di avvelenare l’acqua della città o il latte della centrale.

Titolo:Il disegnatore di alberi
Autore: Roberto Amato
Editore: Elliot
Anno: 2009
Prezzo: 14,99€
Pagine: 93
Edizione: Italiana

Articolo apparso su Players #04

Le parole del postribolo - ispirazione

Ne “Il tormento e l’estasi” di Carol Reed, film del 1965 tratto da un libro di Irving Stone in cui si racconta la vita romanzata di Michelangelo, c’è una famosissima scena con l’artista che guarda il cielo dalla vetta di una cava di marmo e vede l’immagine di Dio formarsi tra le nuvole illuminate da un sole crepuscolare. La magnifica visione del divino gli ispira il Giudizio universale con cui affrescherà la Cappella Sistina. La suggestione creata da Reed, di chiara ispirazione romantica, era così potente che è diventata un paradigma dell’ispirazione ed è stata ripresa, in forme diverse, in moltissimi film biografici e non. Nel corso degli anni la superficie che rivestiva quell’idea è stata adattata e riletta in molti modi: ateizzata, post modernizzata o dissacrata, è comunque rimasta fedele a se stessa: l’ispirazione è qualcosa che arriva dall’alto all’improvviso, che tu sia Michelangelo o un blogger. Può essere aiutata, ma non la puoi costringere perché ha a che fare con l’istinto, non con la ragione. Un Dio c’è sempre, sia esso il creatore o una bottiglia di vino particolarmente buona, e sta sempre lì tra le nubi pronto a darti il là quando meno te lo aspetti.

Poi un giorno ti capita di visitare quella cava. Scatti qualche foto, ti stupisci un po’ dell’ambiente diverso da tutto quello che conosci e finisci a parlare con un anziano direttore in pensione. Ha lavorato in quel posto per cinquant’anni, ha conosciuto scultori e artisti e ha fatto da consulente proprio a Carol Reed. La domanda è automatica: “Dov’è il punto da cui Michelangelo ha avuto la visione del Giudizio universale?” Flemmatico e con un sorrisetto birbante, il tipo indica ti il punto preciso. Poi ti raggela: “In realtà, quando Michelangelo è venuto qui aveva già realizzato la Cappella Sistina”. Quindi non ha visto alcun Dio tra le nuvole? Nemmeno Manitù? “No, è un’invenzione, basta leggere una qualsiasi biografia dell’artista per saperlo. Scopriresti anche che Michelangelo era parecchio stronzo”.

Articolo apparso su Players #04

sabato 11 giugno 2011

Difesa Atomica Passiva



Libretto del 1959 del ministero della difesa, diffuso tra i militari per informarli del comportamento giusto da tenere in caso di attacco nucleare.

Le immagini di tutte le pagine: Link

Il libretto completo in PDF: Link

Cartoline dai morti

Storie di trapassi


Esiste un attimo finale più lungo della vita stessa? Un rimpianto che trascende la morte e che non soccombe all’essere umano che lo viveva? Cosa racconterebbero i morti se potessero scrivere una cartolina dall’aldilà? Il libro di Franco Arminio, uno Spoon River in prosa formato da micro racconti di poche righe, nato per combattere dei piccoli attacchi di panico dell’autore, affronta il tema della morte senza alcuna ricerca di lirismo e mantenendosi costantemente a bassa quota, dentro una quotidianità disperante che sembra terminare sempre in modo brusco e che non trova mai esseri umani preparati a incontrare la morte. Non si trae nessuna consolazione da questi spiriti parlanti, che più che mettere in guardia il lettore, sembrano voler smascherare l’ipocrisia del vivere:

Io stavo a Zurigo. Sul manifesto hanno scritto che sono salita alla casa del padre. La verità è che mi sono buttata dal quinto piano.

Ma spiriti di chi o di cosa? Non sappiamo se siano persone reali, non hanno nomi come li avevano le tombe di E.L. Masters, sappiamo solo che somigliano a qualcuno che conosciamo e siamo sicuri che da qualche parte qualcuno potrebbe raccontare:

Stavo Arando. Il trattore si è rovesciato e io ci sono finito sotto. Ho fatto solo in tempo a pensare che non avevo ancora finito di pagarlo.

Li riconosciamo come contemporanei, anche se qualcuno potrebbe appartenere a epoche diverse, ma privati della loro identità, diventano oggetti puramente narrativi, quindi dei tipi che finiscono per rappresentare dei modelli culturali riconoscibili e, nel loro complesso all’interno del testo, una concezione universale della morte totalmente fuori dalla storia e indifferente alle vicende umane, concluse senza rispettare alcuno schema narrativo. Eppure Arminio sembra dirci che il momento finale di una vita, quando raccontato, diventa necessariamente il finale perfetto della stessa, l’unico possibile e, di fatto, l’unico necessario, per quanti rimpianti possa comportare.

Titolo:Cartoline dai Morti
Autore: Franco Arminio
Editore: nottetempo
Anno: 2010
Prezzo: 8,00€
Pagine: 144
Edizione: Italiana

Articolo apparso su Players #04

venerdì 3 giugno 2011

Le icone dell'Italia di oggi - Michele Misseri


Li disprezzate, li odiate, gli sputate addosso, li guardate come si guardano le cose più turpi, ma v'incuriosicono: amate vederli, ritrovarli tutti i giorni nel calore delle vostre case, vi piace sentirvi superiori e, in fondo, invidiate il fatto che stiano sempre in televisione.

Conoscete meglio le loro vite delle vostre.

Sono i personaggi degli omicidi italiani, non più umani, ma icone dell'Italia di oggi.

Flowers