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martedì 14 giugno 2011

Le parole del postribolo - ispirazione

Ne “Il tormento e l’estasi” di Carol Reed, film del 1965 tratto da un libro di Irving Stone in cui si racconta la vita romanzata di Michelangelo, c’è una famosissima scena con l’artista che guarda il cielo dalla vetta di una cava di marmo e vede l’immagine di Dio formarsi tra le nuvole illuminate da un sole crepuscolare. La magnifica visione del divino gli ispira il Giudizio universale con cui affrescherà la Cappella Sistina. La suggestione creata da Reed, di chiara ispirazione romantica, era così potente che è diventata un paradigma dell’ispirazione ed è stata ripresa, in forme diverse, in moltissimi film biografici e non. Nel corso degli anni la superficie che rivestiva quell’idea è stata adattata e riletta in molti modi: ateizzata, post modernizzata o dissacrata, è comunque rimasta fedele a se stessa: l’ispirazione è qualcosa che arriva dall’alto all’improvviso, che tu sia Michelangelo o un blogger. Può essere aiutata, ma non la puoi costringere perché ha a che fare con l’istinto, non con la ragione. Un Dio c’è sempre, sia esso il creatore o una bottiglia di vino particolarmente buona, e sta sempre lì tra le nubi pronto a darti il là quando meno te lo aspetti.

Poi un giorno ti capita di visitare quella cava. Scatti qualche foto, ti stupisci un po’ dell’ambiente diverso da tutto quello che conosci e finisci a parlare con un anziano direttore in pensione. Ha lavorato in quel posto per cinquant’anni, ha conosciuto scultori e artisti e ha fatto da consulente proprio a Carol Reed. La domanda è automatica: “Dov’è il punto da cui Michelangelo ha avuto la visione del Giudizio universale?” Flemmatico e con un sorrisetto birbante, il tipo indica ti il punto preciso. Poi ti raggela: “In realtà, quando Michelangelo è venuto qui aveva già realizzato la Cappella Sistina”. Quindi non ha visto alcun Dio tra le nuvole? Nemmeno Manitù? “No, è un’invenzione, basta leggere una qualsiasi biografia dell’artista per saperlo. Scopriresti anche che Michelangelo era parecchio stronzo”.

Articolo apparso su Players #04