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venerdì 8 luglio 2011

Le parole del postribolo - Desiderio

Se loro sono dei e ci dicono di seguire gli dei / che colpa ho io se seguo gli insegnamenti divini?” Cantava Archia nel Libro V dell’Antologia Palatina, raccolta di versi erotici di vari autori greci appartenenti a epoche differenti, riferendosi alla potenza del desiderio. Un detto di Shiva recita: “Al membro di riproduzione del maschio pende il cuore delle donne, e alla vulva quello dei maschi; nel segno della vulva e del pene si trova tutto intero il mondo vivente”.

Per alcuni la tecnologia è un surrogato del divino insito nell’atto sessuale, un sostituto necessario per compensare la perdita del sacro nel mondo dei sensi, che trova l’uomo abbandonato dagli dei sulla terra in preda ai suoi istinti. Scemata la voce del divino, l’immane silenzio si riempie di rumore e si diventa potenziali vittime di ogni suono suadente. Scrive Senofonte nei Memorabili: “Dimmi, Eutidemo, tu credi che la libertà sia un bene nobile e magnifico, si tratti di un privato o di uno stato? – è il più bello che si possa avere, rispose Autidemo. – Ma colui che si lascia dominare dai piaceri del corpo e, per ciò stesso, si trova nell’impossibilità di praticare il bene, lo ritieni tu un uomo libero? – Per nulla, rispose.”. Il corpo è una tela vuota che, anche quando viene riempita di apparente libertà, si ritrova senz’altro spazio per scapparle.

Ne La Fattoria degli Animali di George Orwell, i maiali riescono a prendere il controllo della rivoluzione contro gli umani, instaurando un regime che finisce per riprodurre esattamente gli stessi rapporti di potere di quello precedente. La trasformazione della nuova repubblica socialista degli animali in uno stato oppressivo avviene lentamente. Alla conclusione del ciclo, l’unica differenza rispetto al passato per gli oppressi è l’avere un nuovo sistema di simboli con cui confrontare tutti i giorni il loro stato atroce. Esiste una tecnologia che possa soddisfare definitivamente? Che plachi i desideri voraci che dominano la nostra epoca?

Articolo apparso su Players #05