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martedì 2 agosto 2011

Le parole del postribolo - Futuro

Tempo fa andai a vedere una mostra fotografica multimediale al Macro Testaccio di Roma, Futurspectives, nella quale alcuni artisti mostravano la loro visione del futuro. In realtà, di futuro ce n’era poco. Era più un presente contaminato dall’immaginario, trasformatosi in qualcosa di chiamabile, convenzionalmente, un domani possibile, ma che in realtà era semplicemente passato. Il futuro visto da un qualunque presente non è altro che la deformazione dell’oggi per ipotizzare un dopo che non sarà mai, anche se somiglierà al futuro reale, diventato presente. Ogni futuro immaginato è strutturato come una funzione di conservazione dell’esistente, del cui immaginario necessariamente si nutre. Asimov lo sapeva bene. La ricerca della visione del futuro ha sempre parlato per immagini stereotipate. L’uomo ha sempre sognato il futuro, ma se i sogni sono frammenti di vissuto che si affacciano nella coscienza, allora il futuro immaginato non è altro che un rigurgito del passato.

Il futuro degli anni 40-50-60 e così via, ovvero lo ieri del nostro oggi, è arrivato e non assomiglia affatto a quello ipotizzato, a parte per qualche dettaglio. 1984 di George Orwell disegnava un futuro in cui uno stato totalitario avrebbe controllato ogni azione e sentimento della sua popolazione. Il Grande Fratello è arrivato, esiste, ma è molto diverso da quello descritto da Orwell, evidentemente ispirato dall’ascesa dello stalinismo, ente indefinito e angoscioso, quasi divino nel suo essere un occhio immanente sulla vita degli individui. Il Grande Fratello moderno, l’unico reale, per quanto non vero, è l’esaudimento di un desiderio nemmeno troppo segreto delle società turbo capitaliste, la metafora della possibilità di esistere mediaticamente e, di conseguenza, di vivere nel mondo come immagine congelata e riconoscibile in perpetuo stato di esposizione. L’angoscia non è essere guardati, ma l’uscita dalla visione di quell’occhio collettivo. Ma lo stesso Grande Fratello televisivo non è già passato?

Articolo apparso su Players #06