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lunedì 21 gennaio 2013

Lo Hobbit

Lo Hobbit è un film di una furbizia quasi inquietante: tratta il libro di Tolkien con grande rispetto nelle parti in cui lo riprende direttamente, quasi pedissequamente, cercando di far digerire le aggiunte degli sceneggiatori che definire di basso livello è un eufemismo.

Era chiaro a tutti che trarre una trilogia da un libro di qualche centinaia di pagine avrebbe richiesto pesanti cambiamenti, e dovrebbe ormai essere altrettanto chiaro che un film è diverso da un libro e i due linguaggi hanno proprie esigenze espressive e di linguaggio.

Purtroppo questa tiritera, ormai parte della retorica più digerita della nostra epoca, può essere usata per giustificare grandi trasposizioni cinematografiche come Shining, ma anche semi-porcate come Lo Hobbit di Peter Jackson. Non sto qui a discutere i tradimenti all’opera originale, di cui francamente m’interessa poco, quanto la loro bassissima qualità.

Come commentare ad esempio la volontà di mettere in relazione direttamente Lo Hobbit con Il Signore degli Anelli aggiungendo sequenze di una sciatteria incredibile? Come giustificare la sequenza iniziale che richiama direttamente l’altra trilogia o alcune apparizioni di personaggi nemmeno presenti nel libro? Appare evidente che la volontà della produzione sia di trasformare Tolkien in Star Wars. Divertente, visto che Lucas affermò di essersi ispirato ai libri del professore inglese nello scrivere la trilogia originale...

Altro problema non da poco è l’inserimento del boss di fine film, una soluzione narrativa patetica e senza trasporto, evidentemente infilata a forza nel contesto, che si ripercuoterà anche nei capitoli successivi. A parte lo squallore della scelta in sé, è proprio il profondo slittamento di senso che comporta in tutte le altre sequenze a rappresentare il nodo scorsoio dell’intera produzione.

Il viaggio avventuroso diventa un inseguimento, la storia perde la sua struttura fondamentale, dettata da Tolkien, abbattuta con cinica violenza per esigenze commerciali. Finito il film, registicamente ricalcato sull’altra trilogia, si capisce soltanto che l’orco/boss ritornerà, che Thorin Scudo di Quercia è un Aragorn più basso e che in fondo il male della contemporaneità non è attualizzare i miti, ma prostituirli per un pubblico che non sa analizzare quello che vede, ma che appena uscito dal cinema cercherà un costume da nano per poter continuare a fuggire nel sogno digitale che gli hanno appena venduto.