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lunedì 22 luglio 2013

Bioshock Infinite

Smarrirsi tra le nuvole
Bioshock Infinite non è il gioco che doveva essere. Forse lo è all'inizio, con la lunga descrizione di Columbia che inietta gradatamente nella trama, forse lo è nel finale, dove l’inutile marchetta verso il primo capitolo della serie, che serve solo a far immaginare un legame inesistente nei fatti, stona con la grandeur dell’impatto generale e la sublime, quanto disperante, chiusura sui titoli di coda. Facile dire che qualcosa nel mezzo sia rimasto: la città è ancora lì, monumento virtuale d’innegabile fascino, così come è possibile stanare qua e là accenni a una storia che però non è stata infine narrata. Anzi, è stata soffocata da un impianto artificiale innestato sul cadavere dell’idea originale, difficilmente ricostruibile senza un certosino lavoro che richiederebbe più un archeologo che un critico videoludico per essere portato a galla.

Così com’è Bioshock Infinite è un bel gioco suo malgrado, una visione di riserva che ha preso il posto di quella originale, scartata per chissà quale motivo (troppa ambizione di Levine e soci?) L’impianto complessivo è frammentato all'inverosimile e le continue negazioni della sua natura, ossia il suo voler nascondere quasi con vergogna di essere uno sparatutto classico, non fanno altro che magnificare quegli aspetti che si vorrebbero secondari in un titolo simile. Il Bioshock uscito sul mercato, sontuoso nei suoi valori produttivi e rifulgente dell’attesa di un mondo videoludico annoiato e depresso per la fine della generazione attuale e per le immense incognite della generazione futura, è in molti momenti una caricatura di se stesso, il ricordo malinconico di ciò che non è stato e non potrà più essere.

Sembra sempre che manchi qualcosa per completare ciò che accade o si lascia accadere. Si respira in continuazione il senso di “fatto a metà” che non abbandona fino alla fine. C’è una tensione fortissima verso un mondo più aperto, puntellato di lunghe fughe per una Columbia in dissoluzione, e una realtà viva e pulsante che non necessariamente deve spararci addosso. Ma qualcosa è andato storto e tutto è stato chiuso e normalizzato all’interno di territori più conosciuti e quindi meno rischiosi. Per quanto alcuni momenti siano streganti, si arriva alla fine consci di essersi persi qualcosa per strada. Non è un problema di facilità o meno, o di caratteristiche più o meno riuscite. È la sensazione di aver giocato ad altro rispetto a quanto discorsivizzato negli anni precedenti e che la realtà di ciò che ci si trova davanti è sepolta sotto la superficie scintillante della città fluttuante tra le nuvole.