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martedì 20 agosto 2013

The Cat Lady

Il fascino della depressione
Fatico a raccontare ciò che mi è piaciuto molto. Stroncare è facile, perché mentre si fruisce dell’opera le stoccate si allineano gratuitamente sulla lingua, e solitamente partono tutte dal confronto con un modello di riferimento più o meno sfaccettato, ma ben formato e dai contorni chiari. Invece, esprimere apprezzamento senza scadere nel retorico o nel posticcio è molto più complicato. Ciò che è bello mi ammutolisce, almeno in un primo momento. Ho sempre paura che le parole disperdano il senso di quello che voglio dire più che renderlo esperibile a miei otto lettori e mezzo.

È successo lo stesso con The Cat Lady. L’avventura grafica di Remigiusz Michalski, già autore di Downfall, è piena di oscurità. L’angoscia della protagonista, Susan Ashworth, diventa subito la tua angoscia e ogni brandello di gioco scorre ammantato da una cappa di fatalità che sembra volerti trasformare in una vittima sacrificale dall'altra parte dello schermo. Se Dear Esther era la messa in scena della follia oggettivizzata in un luogo e dispersa in tracce sconnesse di memoria, The Cat Lady è la rappresentazione della depressione atomizzata in decine di sequenze di cui non si riesce mai a chiarire completamente la natura.

La fusione fra incubo e realtà è completa, il razionale e l’irrazionale camminano insieme dall'inizio alla fine della storia; quest’ultima un’alternanza irregolare di lunghi dialoghi e fasi avventurose più classiche in cui ogni oggetto usato per andare avanti sembra il verso di un lungo poema. All'inizio della trama Susan Ashworth si suicida, ma viene riportata nel mondo dei vivi per compiere una missione spietata e apparentemente senza scampo. Da qui si dipana una storia a tratti molto minuta, a tratti fatta di scene di una violenza e di una forza espressiva sconvolgente.

Niente è lasciato al caso e non ci sono facili scorciatoie che possano tranquillizzare il giocatore, tenuto in uno stato di tensione permanente. Per tornare a vivere veramente Susan dovrà confrontarsi con le paure e i mostri che la circondano, reali e immaginari. Solo alla fine, dopo aver visto i titoli di coda, viene da porsi alcune domande sulla grande quantità di non detti che puntella la trama. Ma forse anche questa è parte della terapia che porta fuori dalla depressione della protagonista, ossia accettare l’irrazionale e la sofferenza come parti della vita, lasciando alla logica l’apertura e la chiusura dei cassetti.