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martedì 29 ottobre 2013

Gravity



Gravity è il film di un’intera generazione, la sua rappresentazione più plastica, nel bene e nel male. La dilettante delle spazio che seppellisce i colleghi con molta più esperienza di lei. Dietro ha una vicenda traumatica che la porta a fluttuare nel vuoto cosmico, completamente dedita al lavoro, evidente via di fuga dalla realtà. Di fronte alla catastrofe reagisce riuscendo a trovare il modo per rimettere i piedi per terra, un po’ per forza di volontà, un po’ per caso, ridando così al suo corpo peso e consistenza. Da astro fluttuante che guarda il mondo da lontano, torna a essere massa. Per farlo deve però sconfiggere tutte le nevrosi e le sofferenze che l'hanno mandata alla deriva. È il sogno del mondo occidentale attuale, disperso senza peso nel cosmo, che spera un giorno di poggiare i piedi su qualcosa di solido. Nemmeno troppo convintamente, in verità, perché vive benissimo fluttuando e ogni cambiamento di stato la manda in crisi. Solo che vive malissimo il peso del confronto con il passato, opprimente e oscuro, seppur pieno di stelle, come lo spazio sconfinato del film.

Per il resto c’è lotta per la sopravvivenza in condizioni estreme, c’è uno splendido piano sequenza iniziale che porta anche gli spettatori a gravità zero, ci sono dei dialoghi funzionali all’atmosfera, che vorrebbero dare l’idea di una routine di lavoro interrotta da un evento catastrofico e non manca un 3D tanto bello quanto inutile in termini di generazione di senso.

Nota a margine: Importa davvero che il film si basi su una grossa serie di castronerie scientifiche per raccontare la sua storia, a partire dall’incidente che avvia il travaglio della protagonista? Se ci trovassimo di fronte a un documentario sarebbe rilevante, ma trattandosi di un blockbuster hollywoodiano, conta davvero poco. Hollywood è nata per raccontare balle, sennò che industria dei sogni sarebbe?