AdSense

venerdì 27 dicembre 2013

La tosse

Le poggiò la testa sul cuscino e lasciò che i lunghi capelli neri fluissero sulle coperte rifatte da poco. L’aria era inumidita dalla mattina che entrava dalla finestra aperta. Le poche auto che passavano in lontananza rompevano a intermittenza il silenzio sceso da ore sulla casa. Dallo schermo del televisore gli sembrava arrivare lo scherno di quel buffo personaggio blu che lo perseguitava dalla sua infanzia. Ogni volta che lo vedeva sentiva nella testa le parole della madre che gli ordinava di smettere di giocare per fare i compiti. Non le aveva mai dato retta. Aveva imparato presto a capirla e sapeva che la sua apparente durezza sarebbe presto svanita nel chiacchiericcio telefonico. Succedeva sempre così. Maria, Antonella, Lorena… quante amiche aveva? “Perché non sparisci?” L’ultimo pensiero dopo ogni discussione. A irritarlo non era tanto la litigata in sé, quanto l’idea che finisse sempre nell’indifferenza. “Fai un po’ come ti pare”, diceva lei girandosi e spostando sulla telefonata tutto il suo interesse. Sembrava ogni volta recitare una parte che non era sua e da cui usciva con enorme sollievo, gettando su di lui tutta la responsabilità.
La leggera tosse che non lo abbandonava da giorni lo distolse dai ricordi. La console era rimasta accesa tutta la notte. Pausa. Perché l’avevano lasciata accesa? Non ricordava neanche dove erano arrivati. Dopo qualche ora di gioco erano usciti. Chiacchiere da bar, risa, birra. Il copione di sempre. “Sembriamo due impiegati – diceva sempre lei – solo che invece di tornare a casa storditi dal lavoro siamo storditi dalla birra e dal rumore”. “Fatti e ubriachi” chiosava lui storcendo la bocca (perché sprecare tante parole?). Lei ridacchiava sempre, anche dopo le battute meno riuscite. Poi gli si faceva sotto per abbracciarlo. Lui si tirava indietro, almeno inizialmente. Non sopportava quei gesti affettuosi e cercava di tirarsi indietro. Lei lo prendeva come un gioco e sapeva che alla fine avrebbe ceduto. In fondo giocavano sempre. Colpo di tosse.
Si misero insieme per gioco, quasi per scommessa. Una festa, alcol, un bacio “Tu non staresti mai con me”. “Scommettiamo?” Quanto doveva durare? Non lo ricordava più, ma sapeva che erano passati tre anni da quella notte. Anche la prima volta fu per gioco, al mare, di sera, poche ore dopo aver scommesso sulla loro relazione. Un altro gioco. Poi la vita insieme.” Vieni da me?” “No, non credo di essere pronta.” “Hai ragione, non ci riusciresti. Scapperesti via dopo un giorno.” Aveva imparato che se voleva ottenere qualcosa da lei doveva sfidarla, trasformare le richieste in obiettivi. Lei amava giocare, qualsiasi fosse il gioco. Colpo di tosse.
Le passò una mano sulla bocca. Non respirava più. Qualche passo per la stanza, qualche immagine confusa. Poi lo sguardo fisso sul suo corpo nudo e insanguinato. Le gettò sopra un lenzuolo. Come l’aveva uccisa? Non lo ricordava. C’era del sangue. L’aveva accoltellata? Probabile, viste le ferite e visto che non aveva altre armi in casa. Perché? Era l’unica cosa che ricordava. Si era girata e stava per abbandonarlo. “Ti lascio” “Non potresti mai” “Scommettiamo?” Poi il black-out.
Prese il cordless, si mise seduto sul divano e chiamò la polizia. Confessò quello che aveva fatto. Senza alcuna esitazione o resistenza, diede l’indirizzo quando gli venne richiesto. Attaccò senza sprecare parole. Afferrò il joypad e tolse la pausa. Il porcospino blu finì subito in un burrone. “Che deficienti che siamo stati – disse parlottando tra sé e sé – mettere in pausa davanti a un precipizio”.