domenica 30 marzo 2014

Racconto minimo 065

L'arte lo colse alla sprovvista rendendolo cieco. Non riusciva più a seguire se stesso e cadde nel burrone della sua visione.

venerdì 28 marzo 2014

Racconto minimo 064

Non capiva perché temessero quelle poche parole.

The cave (feat the Sun)


Casa di Benito Mussolini sul monte Terminillo

Santo impostore - Controstoria di padre Pio

Santità all'italiana
Ad avermi stupito leggendo il saggio di Mario Guarino dedicato al padre Pio non è tanto il contenuto del testo in sé, quando il fatto di non essere rimasto minimamente stupito dalla ricostruzione della vita di un santo legato più al suo mito, e al business che gli è girato e gli gira tutt’ora intorno, che alla realtà. Non mi ha stupito scoprire che fosse un’affarista un po’ cialtrone, circondato da persone dal curriculum criminale, capaci di indegne bassezze. Non mi ha stupito come fosse egli stesso a pretendere la sua santità, atto di superbia inaudito, e non mi ha stupito nemmeno leggere delle stigmate false, definite “panzane” a più riprese da esperti di ogni estrazione. A voler ben vedere nemmeno la rete di ricatti e intrighi ordita dal padre di Pietralcina per mantenere i suoi privilegi, (non ha mai accettato le rinunce che la via francescana gli avrebbe imposto), è poi così incredibile.

 La verità è che ad avermi colpito è stato proprio il non stupore, ossia il trovarmi di fronte all’ennesimo incantatore, capace di catturare l’attenzione e la passione delle folle quanto più ogni sua opera appaia palesemente falsa e piena di doppi fini. Padre Pio è il santo perfetto per il popolo italiano tutto, un piccolo affarista intrigante capace di ogni bassezza per affermare il suo ridicolo ego e per accumulare danaro a iosa. Un mafiosetto di provincia protetto da un intero paese, un po’ per fede cieca, ma soprattutto per non rovinare il business nato intorno alla sua persona. Un imprenditore della sua santità che ha accumulato una fortuna sulla credulità popolare, nutrita di miracoli falsi e celebrazioni più teatrali che religiose, e che, inizialmente avversato dalla chiesa per la sua palese malafede, è stato infine santificato per non perdere il giro d’affari miliardario che ruota intorno alla sua controversa figura e alle varie opere che ha lasciato in eredità alla chiesa, tutte fin troppo terrene per potersi sollevare fino al cielo.

Ecco, un tempo pensavo che costruirgli una bara d’oro e un santuario sfarzoso come quello di San Giovanni Rotondo, che ogni anno viene visitato da milioni di persone paganti, fosse un'offesa per un seguace di San Francesco, teoricamente votato alla povertà. Dopo aver letto Santo impostore - Controstoria di padre Pio ritengo invece che sia il tributo perfetto per un’affarista di grande ingegno com’egli era, eccezionale nel nascondere la sua voracità dietro a un saio. È giusto che chi visita le sue spoglie s’inchini davanti all’oro, l’unico vero dio che padre Pio ha celebrato per tutta la sua vita e che i suoi degni eredi continuano a celebrare in suo nome dopo la sua morte.

Titolo:Santo impostore - Controstoria di padre Pio
Autore:Mario Guarino
Editore:Kaos Edizioni
Anno:1999, 2003
Prezzo:14,00€
Pagine:180
Edizione:Italiana

Da From Software alle caverne

Se pensiamo al successo di Demon’s Souls prima, e dei due Dark Souls poi, viene un po’ da sorridere. Non tanto per i giochi in sé, ottimi e intransigenti in quello che fanno, al punto da essere diventati paradigmatici, ma per le reazioni di molti videogiocatori che giornalmente si accalcano sui social network e sui forum per vantarsi di aver superato questo o quel nemico e, paradossalmente, per raccontare di come sono stati frantumati da qualche mostro potentissimo, del quale non hanno ancora scoperto i punti deboli, oppure di come una trappola impossibile da vedere in anticipo li abbia uccisi senza pieta. In un certo senso i titoli di From Software sono la negazione di molti dei concetti espressi dai fautori della facilitazione a tutti i costi, basandosi di fatto sul trial & error e sul principio dell’apprendimento, ossia che prima di poter proseguire bisogna riuscire a decifrare la sfida e agire di conseguenza, oppure bisogna semplicemente morire per sapere successivamente dove si trovano i pericoli. Aggiungiamoci anche una forte componente sociale del tutto, con i videogiocatori che trovano gusto non solo nel gioco, ma anche nel parlare del gioco, nel raccontarsi i momenti più ardui condividendo con gli altri quelle che sono state vere e proprie sofferenze ludiche, che una volta superate gli hanno dato infinita soddisfazione. Insomma, uno degli elementi estetici più caratterizzanti delle ultime produzioni di From Software sembra essere esterna ad esse. Stiamo parlando della nascita di una vera e propria mitologia che genera una cultura collettiva  accessibile anche a chi non ci ha mai passato nemmeno un minuto dentro a un certo mondo virtuale.

Ovviamente non si tratta di una situazione inedita. Sono molti i titoli del passato che hanno generato narrazioni delle proprie imprese da parte dei videogiocatori. La difficoltà non è l’unico prerequisito perché ciò avvenga, ma ne è sicuramente uno dei fattori fondanti. I momenti di gioco più difficili superati dopo molti sforzi sono quelli che rimangono nella memoria e che si desidera condividere con gli altri. Questo è tanto vero per un gioco di ruolo d’azione, quanto per uno sparatutto in prima persona, o uno strategico in tempo reale o un’avventura grafica. In fondo succedeva lo stesso nelle caverne, quando ci si raccontava davanti a un fuoco di aver abbattuto una fiera particolarmente feroce, o di aver dimostrato una grande abilità in un qualche ambito della vita collettiva. Per questo la semplificazione estrema del gameplay professata da molti guru del design è di fatto un impoverimento. Il non bloccare il giocatore equivale sì a fargli concludere più facilmente la giostra, ma comporta la perdita del racconto, ossia della creazione di una mitologia personale condivisibile collettivamente, fonte di una soddisfazione diversa che va oltre il mero consumo. Una forma di affermazione individuale che serve per essere riconoscibili e riconosciuti dalla comunità. La difficoltà, intesa come sfida alle capacità del giocatore, diventa quindi una specie di prova di iniziazione, l’unico modo per rendere più profondo e completo il rapporto della persona con il sistema di gioco, in termini meramente meccanici, e di fatto l’unico strumento utile per il formarsi di una letteratura videoludica intesa come racconto del videogioco (e non come racconto da o ispirato da un videogioco). 

mercoledì 5 marzo 2014

Racconto minimo 063

Attraversando lo specchio Alice scoprì di essere stata stuprata dal suo scrittore.

Londra / London - Greenwich


La Grande Bellezza e la grande arroganza del pubblico inappagato

Sinceramente non so se La Grande Bellezza sia un capolavoro o meno e altrettanto sinceramente me ne importa meno di zero. L'ho visto in DVD prima che al testo cinematografico si aggiungesse il testo mondano degli Oscar, l'unico che tutti stanno prendendo come riferimento in questo momento. Sì, perché tutte le recensioni che si leggono sui social network (e non solo) hanno lo stesso, patetico, scopo: cercare di decidere se il film abbia meritato o meno la statuetta dorata. Non mi unisco al dibattito, nel senso che non so, e non sono così arrogante da pretendere di sapere, se il film abbia meritato o meno il riconoscimento ricevuto. Gli unici che possono saperlo sono i giurati che l'hanno votato, qualsiasi siano stati i loro motivi (estetici, politici, economici o quel che vogliono). Gli altri, in questo caso, contano poco e devono accettare o subire il loro giudizio.

In realtà basterebbe non dare importanza all'evento in quanto tale per privare di senso tutto questo cicalecciare di "che merda di film", "che palle di film", "che schifo di film", "capolavoro" e così via che va affollando il discorrere sui social network. L'unica cosa che so per certo è che tra gente che cita Fellini senza conoscere Fellini, solo perché Fellini è una parola feticcio del nostro cinema che sta ben in bocca ad ogni Mollica che passa per strada, e altri che rimangono basiti dallo scoprire che si possa assegnare un premio, fosse pure una 'coppa del nonno', a qualcosa che non piace a loro, come se un premio fosse un fatto democratico e non una scelta giustamente arbitraria, non ho ancora letto una singola parola su quello che è lo specifico cinematografico del film. Insomma, a parte la vostra noia o il vostro piacere, verso i quali l'universo è indifferente, cosa c'è in questo film di meramente cinematografico che lo renderebbe rilevante o irrilevante agli occhi del mondo del cinema? Come lavora con le inquadrature? Come racconta la sua non storia? Evolve o involve il linguaggio cinematografico? Ha una sua specificità, o è un'opera fortemente derivata? Parte da Fellini per superarlo, affiancarlo o si contorce in un manierismo che lo soffoca, rendendolo gradevole solo per una élite intellettuale affamata di ritorni a un passato mitologico dell'arte cinematografica?

Forse prima di scrivere dei propri umori bisognerebbe concentrarsi sull'opera che si ha di fronte e riflettere oltre se stessi per cercare non tanto di capirla, perché capire è un esercizio davvero inutile in certi casi, ma di leggerla. Solo così il critico improvvisato di turno potrebbe ambire a uscire con dignità da quella festa piena di luccicanti fallimenti così ben rappresentata da La Grande Bellezza. Ecco, a volte è possibile distinguere una buona da una cattiva critica semplicemente cercando in chi l'ha scritta la volontà di non partecipare al solito trenino di idioti.

Aggiungo per specificare meglio la questione in oggetto nell'articolo:
Viviamo in un grosso bar in cui una sculettata non viene distinta da un testo scientifico e, per colpa di una fraintesa concezione della libertà di parola, siamo costretti a mettere tutto sullo stesso piano per non apparire snob. Se molti uscissero dal ruolo del democratico pop a tutti i costi si renderebbero conto conto di quanto sia sbagliato voler discutere di un premio come gli Oscar. Basta capire come viene assegnato un qualsiasi premio e di quanto sia arbitrario il concetto stesso di premiazione per togliergli ogni valore, se non uno meramente indicativo di un certo modo dell'industria cinematografica di concepire i suoi obiettivi, sempre che non si sia interessati agli aspetti di costume della vicenda. Paradossalmente ha più senso commentare i vestiti degli attori in sala che il premio in sé, perché almeno quelli hanno una superficie visibile a tutti. Non è una questione di chi detta le regole della discussione, ma di logica terra terra che ormai non riusciamo ad applicare a quasi nulla. Mettiamola così: un gruppo di persone decide di premiare un film in base a dei criteri che ci sono sconosciuti; ergo, di cosa stiamo dibattendo? La domanda "La Grande Bellezza" merita o no l'Oscar è assurda, semplicemente perché la risposta è storicamente univoca: sì. Con questo voglio dire che il film non è discutibile? Certo che no, dico che la risposta è univoca perché chi era preposto e competente ad assegnare il premio ha deciso così, quindi è semplicemente ridicolo mettersi a discutere di una scelta fatta che non ci riguarda se non lateralmente (a loro è stata data la competenza e a loro spettava decidere).