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sabato 21 febbraio 2015

Di Barcacce e altre barbarie


Ogni opera d'arte è figlia di un periodo storico e, quando sopravvive allo scorrere del tempo, lo fa attraversando processi storico sociali che non le sono propri, ma che la tollerano e, infine, la valorizzano. 

La Barcaccia non è stata rovinata, è stata rimodellata per gli anni che corrono, in accordo al gusto barbaro di una nazione becera e del continente ottuso che la ospita, dove i popoli riescono a incontrarsi solo per scontrarsi in manifestazioni di blando conformismo guerresco come il calcio; unico mezzo per rivelare e confermare la loro incerta identità. 

L'arte deve riflettere lo scorrere del tempo. Se non lo fa è cosa morta. Almeno per qualche giorno, Bernini è ridiventato il simbolo dell'Italia, suo malgrado e malgrado tutti abbiano dimenticato di ricordare suo padre. Lo è ridiventato grazie all'intervento di un gruppo di tifosi che ospitati da una delle piazze più belle del mondo si sono comportati in armonia con il loro essere.

Avevano bisogno di pisciare e hanno pisciato. Volevano ubriacarsi e si sono ubriacati. Non avendo modo di sfogarsi sessualmente, hanno stuprato un pezzo di città. La bellezza che li circondava gli è stata completamente indifferente (come in fondo lo è per moltissimi romani).

L'immota Barcaccia si è ritrovata vittima del suo esistere in questo tempo, protetta da un questore pavido, da un Sindaco tremolante e da un ministro dell'interno assente; rappresentanti perfetti di un popolo che pretende rispetto per la sua cultura, di cui va costantemente alla ricerca nei centri commerciali.