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lunedì 23 gennaio 2017

Arrival

A livello epidermico Arrival di Denis Villeneuve è un film sulla comunicazione e sulla difficoltà di comprensione dell’altro. È il racconto della linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, che insieme al fisico teorico Ian Donnelly, interpretato da Jeremy Renner, con grande fatica deve riuscire a creare un contatto con una razza aliena, arrivata sulla Terra su dodici astronavi per motivi imprecisati. Circondata da un’umanità isterica e ottusa, a caccia di risposte veloci di fronte a ciò che non conosce e non capisce, pronta a reagire con violenza a qualsiasi accenno di pericolo, interpretando ogni segnale ambiguo in modo strumentale allo scoppio di un conflitto catartico che risolva la crisi o, meglio, che la rimuova, la Banks si avvicina ai visitatori, mentalmente e fisicamente, creando con lentezza astorica una base linguistica comune. Per farlo capisce che l’unico modo è ridurre le distanze, spogliandosi di ogni difesa e pregiudizio, così da potersi dare con fiducia. 

La sola possibilità per avvicinarsi all’altro è la parola, ma la parola è una tecnologia complessa che descrive un’intera cultura e il suo modo di pensare: è la forza che tiene insieme quella che chiamiamo società e che determina il modo in cui ci si vede. Per comprendersi davvero bisogna saper accettare le parole dell’altro, ossia bisogna saper accettare parole che ci descrivano in modo nuovo, lottando con la propria natura per evitare fraintendimenti. Indicativa in tal senso è la sequenza in cui i due scienziati, accompagnati da dei militari, entrano per la prima volta in una delle astronavi extraterrestri: dopo avere aperto l’accesso al loro mondo, la prima cosa che gli alieni chiedono agli umani è, letteralmente, un salto della fede verso una prospettiva diversa, resa possibile da un repentino cambio di gravità.

Ma Arrival è soprattutto un film sul montaggio e sull’unicità del linguaggio cinematografico, con la sua capacità di spezzare il flusso lineare degli eventi ricostruendoli in modo da arrivare a una verità più profonda e complessa, intrecciando il passato e il futuro. Il dono degli alieni è proprio questo: la possibilità di vivere il tempo come se fosse un unico istante, senza esserne sopraffatti, trasformandoci in montatori della nostra storia, capaci di affiancarne le sequenze asincronicamente per dar loro un senso che altrimenti rischierebbe di sfuggirci. Non per niente il film svela solo alla fine il suo gioco d’incastri, dopo averci inizialmente ingannato, portandoci a interpretare in un certo modo il susseguirsi delle sequenze; interpretazione di cui ci viene infine chiesta una revisione completa di fronte al disvelarsi della verità, possibile soltanto dopo aver ricevuto e accettato il dono.