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lunedì 18 settembre 2017

Una lettura di Hellblade: Senua's Sacrifice

Qual è il nostro ruolo in Hellblade: Senua’s Sacrifice? All’inizio ci viene detto esplicitamente che siamo una delle tante voci nella testa di Senua, ma giocando questo nostro stato sembra non trasparire mai completamente. Certo, ascoltiamo le altre voci tormentare la donna, ma non siamo mai noi a dire qualcosa in concreto. Perché siamo silenziosi? Possibile che l’averci assegnato una simile responsabilità sia solo un trucco narrativo per introdurci nel gameplay? Ossia per renderci spettatori ludicamente attivi, ma irresponsabili, della sua malattia? Oppure la verità è un’altra, inconfessabile, ossia che noi siamo la malattia che la opprime, la sua psicosi (o comunque parte di essa)?
Senua ha iniziato il suo viaggio da sola, senza la nostra voce, ma la narrazione comincia nel momento in cui entriamo nella sua testa, quando cioè è vicina all’ingresseo dell’Helheim, l’inferno vichingo dove crede di poter ridare vita al suo amato Dillion, massacrato e sacrificato in un raid contro il suo villaggio. Chiediamoci: in realtà la stiamo guidando, accompagnando o trascinando? La stiamo aiutando in un percorso terapeutico, oppure siamo noi che proviamo a condannarla conducendola verso una dimensione personale sempre più tragica? Osservando il tutto da fuori, ossia da giocatori che vedono dei fatti accadere dentro a uno schermo, il nostro unico coinvolgimento sembra essere la pressione di qualche tasto. Se iniziamo a fare a pezzi l’intera esperienza, sventrando il corpo ludico e mettendoci a esaminarne ogni singolo arto che lo compone come un sistema a sé, Senua assume improvvisamente il peso di un Mario qualsiasi. Siamo nella sua testa ma non riusciamo a percepire il mondo come lei.
Ci sforziamo di interpretare i sintomi messi in scena dagli autori, utilizzando le chiavi di lettura fornite per provare a comprenderla, incasellandoli in una serie di schemi dai richiami ben definiti. Non parliamo, ma siamo nel suo sistema nervoso virtuale; anzi, siamo il suo cervello rettiliano. Cerchiamo di sviluppare empatia nei suoi confronti, ma non arriviamo a comprenderla davvero, poiché viviamo la vicenda su un piano completamente separato, quello delle sue azioni: corriamo, combattiamo e cerchiamo. Possiamo intuire il suo stato, ma non possiamo immaginarlo perché siamo di fatto parte del problema. Le sue suppliche non sono mai rivolte verso mondo esterno a cui guardare, ma sempre verso il nostro sguardo, creando una circolarità narrativa senza uscita. Il suo viaggio non può che essere fisico, perché ci coinvolge come parte del suo corpo. Per l’intero cammino Senua ci guarda negli occhi e ci interroga, chiedendoci una grazia che non le daremo mai, almeno fino alla fine dell’avventura, quando saremo letteralmente espulsi, senza capire fino in fondo il processo di consapevolezza che l’ha portata a rialzarsi per continuare a vivere. Anzi, opponendoci a esso.
L’unico modo per liberarla, in una sequenza davvero memorabile, è lasciarsi sconfiggere. Ma è Senua a perdere? Oppure siamo noi gli sconfitti e morendo virtualmente lei trova finalmente il modo per rinascere in una realtà che non ci prevede? Spingiamoci ancora oltre nella lettura: l’ambiguità di ciò che accade, ossia la difficoltà di interpretazione del finale, non è in lei, ma in noi, ossia nel nostro rifiuto implicito di perdere il controllo sulla sua vita, accettando di esserne stati solo un frammento, per di più malevolo. Per questo chiediamo un seguito, perché vogliamo provare a diventare più forti della cura che ci ha cacciati: bramiamo di tornare a infettarla impedendole di scappare ancora. Vogliamo specchiarci di nuovo nella sua sofferenza, ma facendolo finiamo per desiderare che soffra soffre sempre di più. Speriamo che torni a combattere e che il suo corpo virtuale sia ancora pregno della pesantezza di vivere che abbiamo visto in ogni suo colpo. Ci illudiamo di esserle stati indispensabili, ma sappiamo che se rimanessimo con lei finiremmo per distruggerla riportandola nell’oscurità contro cui ha vinto una dura battaglia. Il nostro ruolo ha senso solo se lei è nostra prigioniera, per questo dobbiamo perderlo e finire nel nulla.