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giovedì 14 dicembre 2017

Star Wars: Gli Ultimi Jedi


Star Wars: Gli Ultimi Jedi è un'orgia tra pupazzi e cadaveri: necrofilia pura messa in scena per una generazione che non accetta di invecchiare, condita da pupazzi per le nuove generazioni creati con l'ausilio di qualche focus group, che chiamiamo personaggi solo perché li vediamo muoversi in qualche sequenza poco ispirata e dal peso nullo.

Ci troviamo di fronte alla Disney più deleteria e distruttiva, quella che stritola il passato sorridendo e che propone un futuro in cui l'unico vero mantra da seguire è il consumo ossessivo di ogni cosa, in cui vengono ammessi al grande banchetto solo temi sterili e già ampiamente incastonati nelle aspettative collettive della "famiglia media SPA".

Il problema, comunque, non è nemmeno il film in sé, che non finge certo di essere ciò che non è, nonostante la cortina fumogena mediatica. Il problema è che, nonostante ormai sia chiaro che stiamo ingerendo mondezza colorata che ci parla solo del prossimo acquisto compulsivo che faremo per affermare la nostra identità, quando uscirà il nuovo episodio andremo comunque tutti al cinema a pregare da bravi chierichetti, senza accettare il fatto che, se non possiamo fermare una certa deriva, possiamo comunque tirarcene fuori senza perdere nulla di davvero rilevante.

Qui il cinema non c'entra più nulla, perché Star Wars non è più cinema. Star Wars è una liturgia che celebra una religione perversa i cui confini non ci sono noti e che non si presenta come tale, ma che ci vende crocifissi sotto forma di desideri indotti; desideri che sublimiamo in oggetti dell'immaginario destinati a un'obsolescenza immediata. Desideriamo ritrovare ciò che non siamo più, chiamando "nuovo" una pulsione antica e archetipica cui fatichiamo a dare un nome e da cui non ci riusciamo a liberare.

La verità di cui siamo consapevoli, anche solo inconsciamente, è che non esiste più uno Star Wars buono o uno Star Wars cattivo, ma solo una fede cui possiamo aderire, anche criticandola (perché la critica ossessiva è di suo una lusinga, un attestato di considerazione, seppur patologica), o che possiamo rifiutare, derubricandola a "credenza" e vivendola come tale.