sabato 25 aprile 2020

Pane


Final Fantasy VII Remake e la mancanza di coraggio


Final Fantasy VII Remake sembra più un cosplay che una rilettura dell'originale. È come la Venezia di Las Vegas: perfettina, pulitissima, ma gli manca qualche secolo di storia per essere credibile. Peggio ancora: è un gioco spaventato che ragiona eccessivamente su come presentare le sue differenze con l'originale, cercando un dialogo assurdo tra il nuovo e il vecchio che risulta a tratti alienante. Non è un problema di ciò che hanno tolto o di ciò che hanno aggiunto, ma di volersi continuamente giustificare per il suo desiderio di emancipazione.

Certo, se uno ama Final Fantasy VII questo diorama di Midgar indubbiamente il suo effetto lo fa, ma la sensazione complessiva che trasmette è di un distacco quasi ossessivo dal suo soggetto: lì dove il titolo del 1997 era viscerale al punto da far eviscerare il suo personaggio più bello per funzionare, Final Fantasy VII Remake sembra il classico gioco da 9 che dopo due giorni ti sei dimenticato.

Non è un brutto gioco, per niente. Solo che sta sempre lì a ricordarci di essere un remake e sembra soffrire di un gigantesco complesso d'inferiorità rispetto a Final Fantasy VII. Probabilmente per funzionare davvero doveva essere molto più radicale nel presentare i suoi elementi di distacco. Doveva essere addirittura crudele in senso artaudiano e avere il coraggio di uccidere l'eredità di Hironobu Sakaguchi, mostrando il cadavere al pubblico nel modo più chiaro e brutale possibile.